Art. 182 Septies Accordi di ristrutturazione dei debiti con banche

Normativa civilistica: peculiarità, deroghe e ambiguità.

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Articolo dal il Corriere giuridico 4/2016

Nell’ambito delle soluzioni negoziate della crisi di impresa alternative alla procedura fallimentare,
la disciplina gli accordi di ristrutturazione dei debiti – dei quali viene affermata la natura contrattuale
– è stata recentemente arricchita, contemplandosi, nel nuovo art. 182 septies l.fall., la
variante degli accordi conclusi con le banche e gli intermediari finanziari. Nell’analizzare le peculiari
e innovative previsioni contenute nella norma in discorso, la quale, in presenza di determinate
condizioni, consente l’estensione dell’accordo raggiunto dal debitore con una maggioranza
particolarmente qualificata di creditori riconducibili al ceto bancario o finanziario anche ai creditori
non aderenti appartenenti alla medesima categoria, l’A. pone in luce l’improprietà del riferimento,
ivi rinvenibile, a una pretesa deroga agli artt. 1372 e 1411 c.c.

Estratto:

Il ventaglio delle soluzioni negoziate della crisi di
impresa, alternative – ogniqualvolta la crisi abbia
dato luogo allo stato di insolvenza rilevante ex art.
5 l.fall. – alla procedura fallimentare, si è arricchito,
per effetto della riforma del 2015 (art. 9, D.L.
27 giugno 2015, n. 83, convertito con modifiche
in L. 6 agosto 2015, n. 132), della variante degli
accordi di ristrutturazione dei debiti conclusi con
le banche o gli intermediari finanziari (art. 182
septies l.fall.) (1).
A far data dalla riforma del 2005, un ruolo di primo
piano è stato riconosciuto all’esplicazione dell’autonomia
contrattuale nell’ambito delle procedure
concorsuali. Ruolo che, nel corso degli anni
più recenti, è stato ulteriormente implementato,
ancorché nel contesto di un settore dell’ordinamento
costantemente sottoposto alla tensione tra
autonomia (libertà) e limiti (controlli); tensione
che immediatamente si percepisce nella nutrita
giurisprudenza che si è occupata del ruolo del tribunale

in sede di omologazione (tanto del concordato
preventivo quanto degli accordi di ristrutturazione)
(2) (3). Ciò a cagione dei plurimi interessi
che il sopraggiungere della crisi d’impresa involge,
rispetto ai quali, data la fisiologica confliggenza
che viene a determinarsi (basti porre la mente alla
posizione dei creditori che votino contro la proposta
nel concordato o a quelli che non abbiano sottoscritto
l’accordo di ristrutturazione), si impone di
procedere ad un’opera di contemperamento.
Gli accordi di ristrutturazione dei debiti contemplati
dall’art. 182 bis l.fall., stipulati dall’imprenditore
con un numero di creditori rappresentanti almeno
il sessanta per cento dei crediti, sono da qualificare
veri e propri contratti, ancorché suscettibili
di conseguire – per effetto dell’omologazione del
tribunale – effetti giuridici, legislativamente sanciti,
ragguardevoli per quel che concerne la posizione
del debitore che aneli ad una fuoriuscita dalla situazione
di crisi.
Una serie di elementi valgono a porne in luce le
precipue caratteristiche, escludendo la configurabilità
di un procedimento concorsuale, e, al contempo,
a differenziarli – nel senso di un netto indirizzamento
verso una prospettiva privatistico/negoziale
– dal concordato preventivo, in relazione al quale,
peraltro, i profili di diritto privato legati all’esplicazione
dell’autonomia contrattuale non possono certamente
disconoscersi. Il tutto in un quadro che ha
visto le recenti riforme imprimere una netta spinta
in favore dell’autonomia privata, di tal ché stimolando
una intensa riflessione teorica sui rapporti
tra contratto e crisi d’impresa (4). Se, pertanto, l’unificazione
del diritto privato, avutasi con il codice
civile del 1942 (5), aveva condotto a porre l’accento,
nel quadro di un sistema economico profondamente
mutato rispetto a quello sottostante all’emanazione
del codice previgente, sulla funzione in
qualche modo ancillare del contratto in relazione
all’esercizio delle attività d’impresa (6), il mutato
atteggiamento della legislazione fallimentare più
recente al cospetto della crisi di impresa ha decretato
l’emersione di una precipua funzione dell’autonomia
privata anche nella gestione della patologia
che può colpire l’attività d’impresa.

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