Addio a Guido Rossi

ADDIO A GUIDO ROSSI
Addio a Guido Rossi

Diritto, finanza, arte: le «passioni civili» di un gran borghese

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oltre ad alcuni altri articoli da leggere… quando Rossi era scomodo per molti

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Un gran borghese desideroso, e capace, di sorprendere e di spiazzare: così ricorderemo Guido Rossi, scomparso ieri a 86 anni, i cui contributi sul Sole 24 Ore hanno fornito ulteriore testimonianza di una miscela, ormai rara, di dottrina, capacità professionale e passione civile.

Dalla sua carriera, punteggiata di incarichi prestigiosi quale quelle di presidente della Consob, di Ferfin-Montedison e (per due volte) di Telecom, di commissario (senza rinnegare la fede interista) della Federcalcio e di senatore della Sinistra indipendente, emergono i tratti di una personalità capace di accoppiare al riconosciuto magistero professionale e accademico una curiosità e un acume che si esprimevano in posizioni e giudizi taglienti e controcorrente. E nascevano da questa capacità di visione, ancorata a una salda dottrina acquisita prima negli studi a Pavia e Harvard, poi nella lunga e prestigiosa pratica professionale, una visione non compiacente del capitalismo o, quanto meno, di quelle che egli ne giudicava, soprattutto in questi ultimi, convulsi anni di crisi, delle autentiche aberrazioni.

Addio a Guido Rossi
foto IPP/alberto sabattini
coverciano ottobre 2006
nella foto guido rossi commissario straordinario della Figc posa con la coppa del mondo di calcio vinta dall’italia nel 2006

Due titoli relativamente recenti lo confermano: nel libro “Il gioco delle regole”, Rossi denunciava la tentazione, sempre all’opera, di superare la certezza del diritto attraverso quella «superfetazione normativa che è uno dei tratti dominanti della forma che il capitalismo sta assumendo»; una superfetazione che, lungi dal consacrare la certezza del diritto, rende quest’ultimo oggetto costante di scambi di natura contrattualistica, ossia espressivi di interessi esclusivamente privati, in un quadro deformato del diritto che trova compiuta espressione letteraria nel processo al Fante di cuori in “Alice nel paese delle meraviglie”.

 

In un testo scritto nel pieno della crisi finanziaria che colpì gli Usa nell’autunno di dieci anni fa, “Il mercato d’azzardo”, Rossi completava le sue riflessioni sui rischi sistemici rappresentati dal nuovo assetto delle proprietà industriali e dall’impatto di questo sui mercati finanziari, ormai sottoposti a una normativa di nuovo conio ma di sapore antico: «La strana lex mercatoria, creata dalla globalizzazione dei mercati finanziari in una sorta di revisione del diritto universale in voga nel Medioevo, ha molto ridimensionato il diritto legislativo dei singoli Stati».

S’intrecciavano qui due elementi portanti del pensiero di Guido Rossi, che possiamo considerare anche tra i suoi lasciti più significativi: l’insistenza per la tutela della concorrenza; e la riflessione spassionata sugli sviluppi del capitalismo, non solo finanziario. Lo sottolinea Giuliano Amato, in un suo ricordo per Il Sole 24 Ore nel quale l’ex presidente del Consiglio definisce Guido Rossi «severo custode del mercato concorrenziale e per questo severo critico di tanti operatori sprezzanti delle regole».

Ce n’era abbastanza dunque perché Rossi assumesse le vesti di personaggio scomodo: espressione dell’establishment borghese quanto pochi altri, Rossi non coltivava le furbizie e non condivideva la scorciatoie alle quali non pochi rappresentanti di quel mondo indulgevano. E quando la crisi esplose anche in Europa, colpendo in particolare l’Italia, Rossi non si adeguò alle opinioni ortodosse, per denunciare, accanto all’avventurismo finanziario, la fallace illusione dell’austerità quale unica e salvifica terapia. Rileggendo in chiave storica l’insistenza tedesca in questa direzione, e con spunti di riflessione che oggi sarebbe interessante poter discutere con l’autore, Rossi osservava su questo giornale: «Se la Germania vuole rimanere nell’euro non può continuare a imporre agli altri Paesi una politica recessiva e impedire che i Paesi debitori possano partecipare a un’Unione politica e economica che realizzi il sogno di John Maynard Keynes di un sistema monetario internazionale nel quale creditori e debitori siano responsabili per mantenere la stabilità. Un’uscita della Germania dall’euro, per falsi moralismi e ottusi egoismi… non vorremmo mai succedesse, auspicando invece che l’attuale atteggiamento di dominio tedesco sull’Europa si possa trasformare in una straordinaria cooperazione di civiltà tra i popoli».

Non sorprende perciò come negli ultimi anni Rossi denunciasse i rischi che questo corrompimento dell’autentica visione europeista potesse determinare sulla natura stessa, e sulle sorti, della democrazia, già messa a repentaglio dal prevalere dell’economia sulla democrazia. Lo ricorda ancora Giuliano Amato: «La grande passione e visione europeista di Guido Rossi ne faceva un uomo capace di pensare in grande, come capita sempre di meno».
Non era necessario perciò essere sempre d’accordo con Rossi (io, ad esempio, leggevo con sofferenza la sua denuncia della «ideologia neoliberista del mercato efficiente che si autoregola ed equilibra, ispirato alla politica del “laissez-faire” e della deregolamentazione delle attività economiche») per subirne il fascino intellettuale. In questo senso, definire Guido Rossi come una tra le migliori espressioni della borghesia significa sottolineare non un’appartenenza di censo ma una vocazione sociale. Dialogando in occasione del centocinquantesimo anniversario della Società del Quartetto, gloriosa istituzione musicale milanese di cui lo stesso Rossi era stato presidente, l’avvocato sottolineava quanto fosse significativa per definire quel ceto la sua «dimensione culturale», che ne ha reso unico un suo spezzone, ossia la borghesia milanese, «un ceto sociale estremamente attivo e con uno spirito innovativo per la società, al contrario di quello che è successo dopo».

Addio a Guido RossiDi nuovo, in cauda venenum: diceva quelle parole non per alimentare un profilo, che non gli apparteneva, da bastian contrario, ma per contribuire a richiamare la società italiana – in primis la politica e la finanza – all’esigenza di pensare, di studiare e di agire (secondo la legge).

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